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日志


8月18日

Dieci domande al sindaco Dotoli

Sull'esempio del giornale "la Repubblica", che ha pubblicato dieci domande al Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi relativamente al caso Noemi Letizia, ho preparato anch'io dieci domande che mi piacerebbe rivolgere al Sindaco di Lucera Pasquale Dotoli, a seguito dell'incredibile crisi politica realizzatasi negli scorsi giorni. Spero ovviamente di non restare anch'io senza risposte.

 

1)      Signor Sindaco, nella conferenza stampa del 29 luglio a Palazzo Mozzagrugno lei ha dichiarato di essere stato preso “a pesci in faccia” dal suo partito. Il 16 agosto lei ha ritirato le dimissioni, parlando di “piena fiducia nei suoi confronti”. Cosa è cambiato in questi giorni?

2)      Signor Sindaco, lei aveva indicato Aldo Vitarelli per ricoprire la carica di Presidente del Consiglio Comunale; nella seduta del 28 luglio, però, i Consiglieri hanno eletto Giuseppe Pica, e a causa di questo verdetto lei ha rassegnato le dimissioni prima ancora di prestare giuramento. Chi sarà il nuovo presidente del Consiglio?

3)      Signor Sindaco, nel Consiglio Comunale del 28 luglio sette consiglieri su undici del suo partito, il Popolo delle Libertà, hanno votato contro le sue indicazioni relativamente alla Presidenza del Consiglio, mentre i restanti quattro non erano presenti in aula, dando così l’impressione di una spaccatura interna; com’è la situazione all’interno del suo partito?

4)      Signor Sindaco, la lista Democrazia Cristiana – Libertas, della quale Giuseppe Labbate è coordinatore cittadino, fa parte della coalizione con la quale lei ha vinto le elezioni, ma nonostante ciò è stata estromessa dalla giunta; qual è il ruolo della suddetta lista all’interno della coalizione?

5)      Signor Sindaco, una delle maggiori polemiche degli ultimi giorni ha riguardato la carica di city manager, e relativo compenso, da lei assegnata prima del ritiro delle deleghe al Sen. Costantino Dell’Osso; chi sarà il nuovo city manager, e a quanto ammonteranno i suoi emolumenti?

6)      Signor Sindaco, lei ha presentato una richiesta ai Vice Presidenti del Consiglio Vincenzo Forte e Mario Massariello per convocare un Consiglio Comunale d’urgenza da svolgersi entro il 16 agosto, richiesta poi respinta per mancanza dei requisiti di urgenza; cosa ne pensa di questa decisione?

7)      Signor Sindaco, sui due maggiori net-journal cittadini (Luceraweb e Il Frizzo) le è stata presentata la proposta di svolgere il prossimo Consiglio Comunale in un luogo più ampio, quale lo Stadio o l’Anfiteatro, per garantire una maggiore partecipazione da parte della cittadinanza; crede di poter accogliere questa proposta?

8)      Signor Sindaco, in questi giorni si è parlato spesso di “bene della città”; crede che la sua decisione di dimettersi prima e di ritirare le dimissioni poi abbia effettivamente contribuito al “bene della città”?

9)      Signor Sindaco, crede che “il ritrovato spirito di collaborazione fra tutte le forze politiche della maggioranza” le consentirà di portare a termine i cinque anni della legislatura?

10)  Signor Sindaco, di chi è la colpa della crisi politica vissuta dalla città di Lucera negli ultimi venti giorni?

 

Antonio De Troia

8月16日

Il Consiglio Comunale allo stadio o all'anfiteatro

Lucera, 12.08.2009 - «Egregio Direttore del Frizzo,
mi chiamo Antonio De Troia, ho 23 anni e sono uno studente dell'ultimo anno di Ingegneria Gestionale presso il Politecnico di Torino. Ho lasciato Lucera ormai da cinque anni, ma ho sempre seguito le vicende della mia amata città grazie anche al Suo net-journal, del quale sono un accanito lettore. La crisi politica delle ultime settimane mi ha particolarmente appassionato, sia perché probabilmente si tratta di un caso unico a livello nazionale, sia perché credo che ogni cittadino abbia il dovere (non solo il diritto) di interessarsi di come viene amministrata la propria città. In questi giorni si sono susseguite sul suo sito, ma anche su altre testate web, radio e televisioni, svariate dichiarazioni di Consiglieri Comunali di ogni partito, del nostro sindaco dimissionario Pasquale Dotoli, nonché opinioni di semplici (più o meno) cittadini relative alla crisi politica: il Sindaco attribuisce la colpa di questa crisi ai Consiglieri Comunali, i Consiglieri Comunali la attribuiscono al Sindaco, i cittadini chiedono che vadano tutti a casa, con il comune denominatore del “bene della nostra città”.
Vorrei approfittare del Suo sito, se me lo permette, per lanciare una proposta concreta al Sindaco Pasquale Dotoli, al Consigliere Anziano Giuseppe Pica e a tutti i Consiglieri, ovvero quella di organizzare il prossimo Consiglio Comunale in un luogo pubblico quale lo stadio Comunale o l’Anfiteatro, in modo che tutti i cittadini possano parteciparvi e che ognuno dei nostri politici possa assumersi la responsabilità delle sue scelte dinanzi agli elettori. In questo modo, infatti, qualsiasi dichiarazione o votazione sarebbe trasparente, e ogni spettatore avrebbe la possibilità di farsi un’opinione su chi sia il vero colpevole della crisi politica lucerina, a prescindere dalle sue idee o della sua militanza in un partito. Infatti, per quanto il dibattito in Consiglio Comunale sia pubblico per legge, sappiamo tutti dei problemi dovuti alla limitata capienza dell’aula consiliare, che di fatto limita il diritto dei cittadini ad essere partecipi; inoltre ne guadagnerebbe l’immagine dei nostri politici, che darebbero un segnale importante alla cittadinanza.
La ringrazio in anticipo per lo spazio che vorrà concedermi e le porgo Distinti Saluti».

Antonio De Troia

7月3日

E Debora la vincente diventò nel Pd una giovane petulante

Il «paradigma Serracchiani» prescrive che nel Pd il giovane adottato da tutti sia trattato come un cucciolo da vezzeggiare con paternalistica accondiscendenza, ma se è un giovane che sceglie una parte e dice la sua, allora sono rampogne severe, commiserazione, persino dileggio. Da un giorno all'altro il volto nuovo di Debora Serracchiani si deforma nel simbolo dell'ingenuità.

La fresca energia si rovescia in sventatezza. La schiettezza in dabbenaggine. Prima era un soprammobile pregiato, adesso una presenza molesta e petulante. Sono bastate due battute di un’intervista a Repubblica per compiere questa repentina metamorfosi. Giovane, e donna, ha appena ottenuto un record di preferenze alle europee, addirittura battendo Berlusconi nel suo Friuli. Il voto, in democrazia, dovrebbe pur fare la differenza.

Non la solita cooptazione oligarchica, l’ennesima candidatura in «quota giovani». Ma un’investitura popolare, con una messe di consensi che molti dei notabili della corrente a lei avversa, oggi in prima fila nell’accanirsi sulla poco sorvegliata creatura, neanche possono sognarsi. Invece, due battute e parte il fuoco d’interdizione. La Serracchiani ha detto che sta con Franceschini perché è più simpatico. Una leggerezza, ma da quanti anni, e con quanta stucchevole ripetitività, nella sinistra ci si avvita nella ricerca smaniosa di un leader che sia dotato di un appeal comparabile a quello di Berlusconi? Mai un rimprovero, nemmeno un buffetto: niente di paragonabile all’orrore suscitato dalla irriverente giovane (e donna). La Serracchiani ha anche detto che Massimo D’Alema rappresenta a suo parere una logica d’apparato da cui il Pd dovrebbe emanciparsi. Magari è una ruvida e ingiusta semplificazione. Ma è esattamente quella che pensano e non dicono, o forse sussurrano, esponenti ben più esperti e stagionati del Partito democratico.

E poi, se la sfida tra i candidati è una gara vera e appassionante, si ha un’idea della brutalità politica con cui è stata condotta la competizione delle primarie democratiche tra Obama e Hillary Clinton, oggi sullo stesso fronte?

La Serracchiani, ex astro nascente quando si prestava a un unanime appoggio pre-elettorale, ha parlato troppo e male. Non dispone di paracaduti di partito (a parte il dettaglio dei voti conquistati) e dunque su di lei è più agevole esercitarsi nell’arte della demolizione ad personam che sfiora il linciaggio politico. Non c’è bisogno di concordare con le sue tesi per non accorgersi che in tanta virulenza c’è qualcosa di smodato e di paradossale. Un partito che invoca il rinnovamento si trasforma in un consesso di arcigni professori che bacchettano la giovane che ha osato valicare i confini dell’irriverenza. Un partito che invoca le «primarie» a ogni passo non tiene in nessun conto il consenso elettorale che quella giovane ha ricevuto. Un partito che non fa che dichiarare la propria insofferenza per le oligarchie di appartenenza si scandalizza se la critica alla nomenklatura viene espressa con parole e concetti decisamente poco diplomatici.

Il «paradigma Serracchiani» è anche la spia di una schizofrenia politica che rischia di ipotecare seriamente la rude verità di una battaglia politica da cui scaturirà il volto del nuovo Partito democratico. Si spera solo una caduta di stile, non il sintomo di una voglia d’ordine ( interno).

fonte: www.corriere.it

5月25日

Rotto l'incantesimo del nuovo Don Rodrigo

Forse ora la smetterà d'insistere sulla propria esuberanza sessuale, sulle belle signore da palpare anche tra le macerie del terremoto e sulle veline che purtroppo non sempre può portarsi dietro.

A quasi 73 anni d'età, Silvio Berlusconi si trova per la prima volta in vita sua a fare davvero i conti con l'universo femminile così come lui l'ha fantasticato, fino a permearne la cultura popolare di massa di questo paese. Lui, per definizione il più amato dalle donne, sente che qualcosa sta incrinandosi nel suo antiquato rapporto con loro.

Le telefonate notturne a una ragazzina, irrompendo con la sproporzione del suo potere - come un don Rodrigo del Duemila - dentro quella vita che ne uscirà sconvolta. E poi il jet privato che le trasporta a gruppi in Sardegna per fare da ornamento alle feste del signore e dei suoi bravi. Ricompensate con monili ma soprattutto con aspettative di carriera, di sistemazione. L'immaginario cui lo stesso Berlusconi ha sempre alluso nei suoi discorsi pubblici è in fondo quello di un'Italietta anni Cinquanta, la stagione della sua gioventù: vitelloni e case d'appuntamento; conquista e sottomissione; il corpo femminile come meta ossessiva; la complicità maschile nell'avventura come primo distintivo di potere. Nel mezzo secolo che intercorre fra le "quindicine" nei casini e l'uso improprio dei "book" fotografici di Emilio Fede, riconosciamo una generazione di italiani poco evoluta, grossolana nell'esercizio del potere.

Di recente Lorella Zanardo e Marco Maldi Chindemi hanno riunito in un documentario di 25 minuti le modalità ordinarie con cui il corpo femminile viene presentato ogni giorno e a ogni ora dalle nostre televisioni, con una ripetitiva estetica da strip club che le differenzia dalle altre televisioni occidentali non perché altrove manchino esempi simili, ma perché da nessuna parte si tratta come da noi dell'unico modello femminile proposto in tv. La visione di questa sequenza di immagini e dialoghi è davvero impressionante (consiglio di scaricarla da www. ilcorpodelledonne. com). Viene da pensare che nell'Italia clericale del "si fa ma non si dice" l'unico passo avanti compiuto nella rappresentazione della donna sia stato di tipo tecnologico: plastificazione dei corpi, annullamento dei volti e con essi delle personalità, fino a esasperare il ruolo subalterno, spesso umiliante, destinato nella vetrina popolare quotidiana alla figura femminile senza cervello. Cosce da marchiare come prosciutti negli spettacoli di prima serata, con risate di sottofondo e senza rivolta alcuna delle professioniste, neppure quando uno dopo l'altro si sono susseguiti gli scandali tipicamente italiani denominati Vallettopoli.

In tale contesto ha prosperato il mito del leader sciupafemmine, invidiabile anche per questo. Fiducioso di godere della complicità maschile, ma anche della rassegnata subalternità di coloro fra le donne che non possano aspirare a farsi desiderare come veline.

Tale è stata finora l'assuefazione a un modello unico femminile - parossistico e come tale improponibile negli Stati Uniti, in Francia, nel Regno Unito, in Germania, in Spagna - da far sembrare audacissima la denuncia del "velinismo politico" quando l'ha proposta su "FareFuturo" la professoressa Sofia Ventura. Come se la rappresentazione degradante della donna nella cultura di massa non avesse niente a che fare con la cronica limitazione italiana nell'accesso di personalità femminili a incarichi di vertice. Una strozzatura che paghiamo perfino in termini di crescita economica, oltre che civile.

Così le ormai numerose indiscrezioni sugli "spettacolini" imbanditi nelle residenze private di Berlusconi in stile harem - mai smentite, sempre censurate dalle tv di regime - confermano la gravità della denuncia di Veronica Lario: "Figure di vergini che si offrono al drago per rincorrere il successo, la notorietà e la crescita economica". Una sistematica offesa alla dignità della donna italiana resa possibile dal fatto che "per una strana alchimia il paese tutto concede e tutto giustifica al suo imperatore".

Logica vorrebbe che dopo le ripetute menzogne sulla vicenda di Noemi Letizia tale indulgenza venga meno.
La cultura misogina di cui è intriso il padrone d'Italia - ma insieme a lui vasti settori della società - risulta anacronistica e quindi destinata a andare in crisi. Si rivela inadeguata al governo di una nazione moderna.
Convinto di poter dominare dall'alto, con l'aiuto dei suoi bravi mediatici, anche una realtà divenuta plateale, l'anziano don Rodrigo del Duemila per la prima volta rischia di inciampare sul terreno che gli è più congeniale: l'onnipotenza seduttiva, la cavalcata del desiderio. L'incantesimo si è rotto, non a caso, per opera di una donna.

di Gad Lerner - fonte www.repubblica.it

4月20日

Juventus-Inter vista dal vivo

Il 18 aprile 2009 è il giorno di Juventus-Inter, una delle sfide più affascinanti del calcio italiano, da qualcuno definita come il "derby d'Italia". La storia della rivalità tra le due squadre è nota a tutti gli appassionati di calcio, e le ultime vicende contribuiscono a renderla ancora più incerta ed appassionante. Da buon appassionato di calcio, studente universitario a Torino, simpatizzante dell'Inter e nemico giurato della Juventus, decido di spendere 70 Euro (biglietto di Tribuna Est 1^ livello, quel settore che una volta si chiamava "distinti") per godermi una serata da ricordare, anche se ciò comporta accorciare le vacanze pasquali. Il giorno della partita, dovendo ritirare il biglietto al botteghino (l'avevo acquistato su internet sul sito di Listicket, rivenditore ufficiale della Juventus), esco dal collegio alle 17:30 e mi avvio a piedi verso lo stadio Olimpico (che dista circa 1 km), mentre qualche goccia di pioggia inizia a bagnarmi il cappotto. Il primo problema nasce dalla collocazione del settore ospiti: la polizia (numerosissima, insieme alla Guardia di Finanza) ha già chiuso tutte le strade che vi accedono nonostante i cancelli dello stadio siano ancora chiusi e di tifosi ospiti ancora non se ne vedano, e quindi, per arrivare alla biglietteria che dista circa 30 metri in linea d'aria mi tocca fare tutto il giro del parco Olimpico, che comprende oltre allo stadio il PalaIsozaki e la piscina comunale. Finalmente raggiungo il botteghino e una cordiale signora mi consegna il mio biglietto dopo aver controllato il mio documento. Subito si avvicina una faccia poco raccomandabile che mi dice: "Compro il tuo biglietto per 100 Euro", al che gli rispondo che non mi interessa. Visto che manca ancora un po' all'apertura dei cancelli, faccio un giro per il parco Olimpico, dove ascolto una conversazione tra due ragazzi e un'altra faccia poco raccomandabile; quest'ultimo dice di essere in possesso di due biglietti di curva e di venderli a 120 Euro, e di due biglietti di tribuna Est (il mio stesso settore) al costo di 250 Euro (!). Non so se i ragazzi hanno poi comprato quei biglietti; notando che i cancelli sono stati aperti mi avvicino all'ingresso dello stadio pensando alla Guardia di Finanza che stazionava nei pressi del settore Ospiti e mi ha costretto a fare il giro, chiedendomi se forse si erano posizionati nel posto sbagliato (i bagarini erano tutti dall'altro lato). Infatti nella (breve) fila davanti ai cancelli noto che molti, oltre al biglietto e al documento di riconoscimento, hanno anche la ricevuta del cambio nominativo, il sistema utilizzato dai bagarini per vendere comunque i biglietti a prezzo maggiorato in barba alle leggi; alcuni hanno addirittura l'abbonamento, sempre con il cambio nominativo. Dopo il controllo del documento e la meticolosa perquisizione, due simpatici ragazzi davanti alla scalinata mi invitano a provare il nuovo cellulare Sony Ericsson, informandomi che durante l'intervallo ne sarebbero stati estratti ben cinque tra i tifosi presenti allo stadio (almeno mi pagherei il biglietto, penso...). Finalmente, salita la breve scalinata, mi affaccio sul campo ancora coperto da un telone di plastica e privo delle porte; il mio posto è a poche sedie dal settore ospiti occupato dai tifosi dell'Inter, che iniziano lentamente ad entrare. Vicino a me c'è un gruppo di tifosi dall'accento campano, che poco dopo tira fuori uno striscione "Juventus Club Oliveto (Sa)" e capisco di non essermi sbagliato, mentre davanti a me si siedono tre ragazzi dall'accento calabrese che subito dicono "Secondo voi ci sarà qualche bastardo interista seduto in mezzo a noi?"; io sorrido e faccio finta di nulla. Gli interisti nel settore ospiti aumentano e iniziano a sfottere i rivali, cantando "Tornerete in serie B" e "I campioni dell'Italia siamo noi"; subito gli juventini si alzano in piedi e si recano verso la balaustra che li divide dai tifosi avversari, e iniziano le offese reciproche che coinvolgono sorelle, mamme, fidanzate, mogli, figlie e quant'altro. Se fosse limitata ai soli sproloqui la diatriba finirebbe lì, invece poi si passa alle vie di fatto: iniziano a lanciarsi a vicenda bottiglie di plastica, bicchieri e perfino monetine, mettendo a rischio l'incolumità di tutti. Mentre questo spettacolo che offende l'intelligenza umana continua, il campo viene scoperto, le porte vengono montate e lo speaker dello stadio annuncia: "Signore e signori, Juventus Football Club!!!" ed entrano i giocatori della Juventus per il riscaldamento pre-gara, accolti oltre che dal boato del pubblico anche da un migliaio di palloncini che si levano verso il cielo; subito dopo entrano anche i calciatori dell'Inter, tra i quali Ibrahimovic, il grande ex, che viene subito beccato con il coro "Zlatan sei uno zingaro". Inizio a scattare alcune fotografie sempre con un occhio verso il settore ospiti, dal quale continua ad arrivare qualche oggetto nonostante alcuni spettatori, tra i quali un padre di famiglia con due bambini, si lamentino con gli stewarts. Le prime ombre della sera scendono sullo stadio Olimpico e ormai solo i riflettori rimangono ad illuminare il campo mentre i giocatori rientrano negli spogliatoi per indossare le maglie da gioco. L'atmosfera si scalda, lo stadio si è ormai riempito in ogni ordine di posto e, dopo uno spettacolo organizzato dagli sponsor con due acrobate arrampicate su una corda che pende dalla copertura, lo speaker inizia a leggere la formazione dell'Inter tra una bordata di fischi per poi elencare, ad uno ad uno, tutti i calciatori della Juventus dicendo solo il nome e il numero e lasciando al pubblico il compito di urlare il cognome; poi parte l'inno della Juventus e, come per incanto, la curva bianconera si colora di giallo ed espone un tricolore enorme con il numero "29", accompagnato da uno striscione "vinti sul campo"; il resto dello stadio si colora di bandierine bianco-nere, mentre anche i tifosi dell'Inter colorano il proprio settore con una serie di fogli colorati che richiamano il logo della squadra nerazzurra (peccato che, finita la coreografia, non trovino di meglio da fare che lanciarli verso la nostra tribuna), ed in questa atmosfera da brividi entrano le due squadre in campo. Quando l'arbitro Farina fischia l'inizio della gara si sentono solo i tifosi della Juventus, ma la prima occasione è per l'Inter e capita sui piedi di Mario Balotelli, attaccante di colore ma italianissimo, il cui tiro viene salvato sulla linea da Tiago; dopo lo scampato pericolo i tifosi della Juventus iniziano a beccarlo con dei "buuuu" razzisti e con il coro "se saltelli muore Balotelli", dando l'ennesima prova di stupidità (semmai ce ne fosse bisogno). La partita è comunque appassionante anche se non ci sono grosse occasioni per le due squadre, a parte quella di Marchionni per la Juventus che viene abilmente sventata da Julio Cesar in uscita. Il primo tempo si conclude a reti inviolate; durante l'intervallo vengono estratti i cinque biglietti che vincono i cellulari, e ovviamente il mio non c'è (con il settore numero 117 era davvero improbabile...). Nella ripresa la partita cambia decisamente volto: in campo c'è solo l'Inter, che inizia da subito ad attaccare e a pressare la Juventus nella sua metà campo. Il mio vicino ha già consumato un intero pacchetto di sigarette (ma non è vietato fumare negli stadi???) quando l'Inter riparte con un rapidissimo contropiede dalla propria area e, dopo uno scambio tra Muntari e Ibrahimovic la palla capita sul piede di Mario Balotelli che non deve far altro che insaccare il gol del meritato vantaggio. In quel momento il settore al mio fianco esplode di felicità, mentre il resto dello stadio ammutolisce e io sono costretto a strozzare l'urlo nella mia gola pur volendo esprimere la mia gioia (anche se devo dire qualcuno intorno a me mi ha guardato storto...). La Juventus non ci crede più, il mio vicino finisce il secondo pacchetto di sigarette ormai in preda alla disperazione, mentre si sente solo l'urlo "salutate la capolista". La partita si mette ancora meglio quando poco dopo Tiago non trova di meglio da fare che sferrare un calcione a Balotelli e l'arbitro lo manda fuori: il pubblico juventino, intelligentemente, invece di fischiare il suo giocatore per l'ingenuità commessa, lo applaude come se fosse un eroe, mentre Mourinho sostituisce Balotelli, a mio giudizio il migliore in campo, per evitare ulteriori complicazioni. E' incredibile come il tempo sembra fermarsi quando stai vincendo: i minuti passano davvero lentissimi, e poco dopo Buffon dimostra di essere un grandissimo portiere compiendo un vero e proprio miracolo su un tiro di Stankovic, tenendo a galla la sua squadra; il pubblico non ci crede più, e quando il quarto uomo alza il tabellone per indicare il recupero (cinque minuti) parecchi hanno già lasciato lo stadio. Ma come dice sempre mio padre, la Juventus è una "zoccola" perchè non molla mai, e sull'unico calcio d'angolo battuto decentemente, Grygera stacca di testa (lasciato solo dalla difesa e in particolare da Ibrahimovic che non era rientrato in difesa) e fa esplodere lo stadio Olimpico pareggiando le sorti dell'incontro. La gara si chiude con un pareggio che lascia l'amaro in bocca ai tifosi dell'Inter per la vittoria sfumata nel finale, anche se esultano e prendono in giro gli avversari che salutano definitivamente il sogno scudetto, e non soddisfa i tifosi della Juventus che volevano il successo a tutti i costi; saluto i miei vicini di posto (che secondo me alla fine avranno capito che ero interista...) e mi avvio verso il collegio, contento per aver assistito ad uno spettacolo che merita comunque di essere ricordato nonostante l'imbecillità umana abbia rischiato di rovinarlo.
3月28日

Il mio programma politico

Si avvicina ormai l'ennesima campagna elettorale: questa volta riguarderà le elezioni europee e quelle della mia città, Lucera. I vari partiti politici faranno a gara per sparare promesse improponibili e raccattare quanti più voti possibile.
Voglio provare anch'io a lanciare una sorta di "programma politico", raccogliendo alcune idee di questi giorni. Ecco quello che farei se avessi la possibilità di avere un ruolo istituzionale importante (l'elenco sarà continuamente aggiornato).
 
1) Sanzioni amministrative proporzionali al reddito - La sanzione amministrativa è quella che prevede il pagamento di un'ammenda come pena per certi tipi di reati e per comportamenti scorretti: l'esempio più semplice è quello della multa per eccesso di velocità. Appare evidente che a parità di reato o di comportamento scorretto chi ha un reddito inferiore è svantaggiato: infatti pagare 180 euro di multa per essere stato beccato dall'autovelox può essere ininfluente per una persona ricca e invece quasi drammatico per un operaio con famiglia a carico; ecco perchè questo tipo di sanzioni andrebbero applicate mediante un coefficiente moltiplicativo basato sulle disponibilità economiche delle persone (ad esempio: il 10% del reddito mensile), e diverso da reato a reato.
2) Deducibilità dell'I.V.A. per le persone fisiche - Quante volte vi è capitato di acquistare un bene da un commerciante, e questi vi ha rilasciato uno scontrino pari alla metà del prezzo da voi pagato? Specialmente se si tratta di un commerciante di fiducia, o magari di un vostro amico, non vi mettete neanche a fare storie, tanto a voi non viene in tasca niente (magari perdete la possibilità di avere sconti o trattamenti di favore in futuro). Se invece fosse possibile dedurre almeno l'I.V.A. da voi pagata per l'acquisto di qualsiasi bene o servizio dalla vostra dichiarazione dei redditi, avreste tutto l'interesse a farvi rilasciare lo scontrino con l'importo esatto: in questo modo si debellerebbe l'evasione fiscale e si guadagnerebbe in trasparenza.
3) Trasporti pubblici metropolitani gratuiti - Le nostre città, specialmente quelle metropolitane, sono ormai ingolfate dal traffico veicolare. Eppure la rete dei mezzi pubblici consente ormai di raggiungere in tempi ragionevoli qualsiasi punto della città, evitando problemi di traffico e di parcheggi e soprattutto migliorando la qualità dell'aria. Da diversi studi universitari è emerso che l'80% degli utenti dei mezzi pubblici non paga il biglietto; inoltre, quasi tutto il ricavato dalla vendita di biglietti e abbonamenti viene speso per pagare i controlli da parte del personale addetto, mentre gli altri aspetti del servizio sono finanziati, come è noto, dai comuni che erogano contributi alle municipalizzate. Rendere i trasporti pubblici metropolitani gratuiti consentirebbe di incentivare l'utilizzo di tram, autobus, metropolitane e treni regionali, che potrebbero così circolare con maggiore fluidità migliorando i tempi di percorrenza perchè le auto in giro sarebbero di meno; inoltre la qualità dell'aria e quindi della vita stessa nelle metropoli migliorerebbe sensibilmente.
4) Riforma istituzionale - Il bicameralismo perfetto vigente nel nostro paese non consente un rapido funzionamento delle istituzioni. La mia idea è quella innanzitutto di diminuire sensibilmente il numero di deputati (da 630 a 300) e di senatori (da 315 a 150), e di scindere le funzioni delle due camere: al Senato dovrebbero essere discussi i provvedimenti relativi alla sicurezza, politica estera, politica economica, giustizia e affari costituzionali, mentre alla Camera dei Deputati quelli relativi ad ambiente, salute, pubblica istruzione, politiche giovanili. Gli emendamenti andrebbero formulati nelle apposite commissioni, mentre i deputati o i senatori devono solo votare il provvedimento completo. Sempre nell'ambito della riforma istituzionale, andrebbero abolite le province: esse rappresentano un costo enorme per lo stato italiano e portano pochi benefici ai cittadini. Inoltre coloro che sono stati giudicati colpevoli per qualunque tipo di reato con sentenza passata in giudicato non dovrebbero far parte di alcuna istituzione italiana; infine vanno ripristinate le preferenze nelle elezioni politiche.
5) Abolizione degli ordini professionali - Essi rappresentano una vera e propria casta e limitano l'inserimento dei giovani nel mondo del lavoro, favorendo le baronie e il clientelismo.
6) Salute - E' ormai noto che il fumo provoca malattie gravissime sia per il fumatore, sia per chi è purtroppo vittima del fumo passivo. Purtroppo però lo stato guadagna somme ingenti dal monopolio sul tabacco, anche se li spende poi per guarire i malati di tumore: l'idea è quella di aumentare sensibilmente il prezzo delle sigarette (almeno del 30%) e investire la somma guadagnata in massicce campagne di prevenzione oltre che nella sanità e negli ospedali.
7) Politica fiscale - Per garantire una migliore equità sociale, andrebbero applicate le seguenti aliquote fiscali: nessuna imposta per redditi inferiori a 10000 €, 28% per redditi da 10000 € a 25000 €, 38% per redditi da 25000 € a 50000 €, 45 % per redditi da 50000 € a 300000 €, 50% per redditi da 300000 € a 1000000 €, 55% per redditi superiori al milione di €.
8) Mezzogiorno - Maggiori investimenti per infrastrutture al sud e incentivi per gli imprenditori che aprono nuove attività nelle regioni meridionali. Lotta serrata alla criminalità organizzata, anche mediante l'utilizzo dell'esercito.
9) Giustizia - Riduzione del beneficio della pena sospesa per gli incensurati: applicabile per una pena massima di un anno.
10) Scuola - Riforma dell'ordinamento scolastico: cinque anni di elementari e cinque anni di medie obbligatori per tutti, poi triennio di specializzazione (classico, scientifico, ragioneria ecc...). Nelle scuole medie diventano materie obbligatorie Informatica e Diritto. Per l'università, abolizione del numero chiuso per tutte le facoltà e istituzione della "soglia di qualità": può accedere ai corsi solo chi raggiunge un determinato punteggio, basato per il 50% sul voto del diploma e per il 50% sul voto di un apposito test. Chi non raggiunge la soglia di qualità (ma ha comunque un minimo di conoscenze nelle materie di base) può comunque accedere ai corsi ma viene gravato di un debito formativo. Possibilità di scelta, al momento del raggiungimento dei 180 crediti, se proseguire il corso di laurea specialistica oppure dare la tesi e ottenere la laurea triennale.
2月6日

La politica gregaria

Fermiamoci un momento a ragionare, se possibile, sull'azione del governo nei confronti di Eluana Englaro. La ragazza è dentro una stanza a cui guarda tutta l'Italia, con i dubbi profondi e la trepidazione che questa tragedia provoca in ogni persona non accecata dall'ideologia, e con lei c'è il padre che non chiede affatto silenzio, ma anzi sollecita una discussione pubblica, accompagnata dal rispetto per quella particolare vicissitudine: come quando in ospedale si tira una tenda intorno alle ultime ore di un malato morente. In quella stanza, dopo rifiuti e ricatti, Beppino Englaro chiede allo Stato di poter porre fine ad un'esistenza vegetativa, dopo che per 17 anni si è registrata una situazione irreversibile. Lo fa in nome di una convinzione di sua figlia, di una sentenza della Corte d'Appello di Milano e della Cassazione, e soprattutto lo fa in nome dell'amore e del dolore che lui più di ogni altro prova per Eluana.

Fuori, passando definitivamente dalla testimonianza dei valori cristiani alla militanza, la Chiesa muove fedeli e obiettori, proteste contro l'"omicidio" e l'"assassinio", invocazioni ad Eluana perché si "risvegli", come se questa non fosse purtroppo una superstizione, e come se la scienza che dice il contrario fosse falsa, anzi complice, dunque colpevole.

Questo governo pagano, figlio di una cultura che ha paganizzato l'Italia, è diviso dalla religione dei sondaggi (i quali danno ragione alla scelta del padre di Eluana che vuole infine liberare il corpo di sua figlia da questo simulacro di vita) e il richiamo della Chiesa, che con quel corpo totemico vuole ribadire non solo i suoi valori eterni, ma anche il suo controllo della vita e della morte.

La strada più semplice per l'esecutivo è la più vile, quella dei provvedimenti amministrativi, cioè di un diktat camuffato. Si minacciano ispezioni alla clinica, si chiedono informazioni ufficiali, si cavilla sulla convenzione tra la Regione e la casa di cura, immiserendo la grandezza della tragedia, che impone a tutti il dovere di essere chiamata col suo nome, e di essere affrontata con la responsabilità conseguente, nel discorso pubblico dove la famiglia Englaro l'ha voluta portare: probabilmente per rendere quella morte non inutile agli altri, meno priva di significato.
 
Quando la pressione aumenta, nella sera di mercoledì, il governo pensa ad un decreto. Uno strumento legislativo di assoluta necessità ed urgenza, che in questo caso sarebbero determinate da un caso specifico, da una singola persona. E soprattutto, contro una sentenza della magistratura passata in giudicato. Tutto ciò si verificherebbe per la prima volta nella storia della Repubblica, con un'anomalia che configurerebbe una vera e propria rottura dell'ordinamento costituzionale. Vediamo perché.

La sentenza della Cassazione non impone la fine della vita di Eluana Englaro: stabilisce che si può procedere con "l'interruzione del trattamento di sostegno vitale artificiale realizzato mediante alimentazione di sondino nasogastrico". Questo atto di interruzione chiesto da un padre-tutore per una figlia in stato vegetativo permanente dal 1992, per la giustizia italiana non rappresenta dunque un omicidio ma l'esecuzione di un diritto previsto dall'articolo 32 della Costituzione, il diritto a rifiutare le cure.

Con questa pronuncia, la Cassazione afferma con chiarezza che l'alimentazione forzata artificiale è un "trattamento sanitario", secondo la formula della Costituzione: mentre il decreto in un unico articolo che il governo ha pensato di varare nega proprio questo principio, e dunque non consente di seguire l'articolo 32, vincolando quindi il malato a quell'alimentazione artificiale per sempre. Per aggirare la Costituzione, si cambia il nome e la natura ad un trattamento praticato nelle cliniche e negli ospedali, lo si riporta dentro l'ambito del cosiddetto "diritto naturale", fuori dalla tutela dei diritti costituzionali.

Ma in questo modo, attraverso il decreto, saremmo davanti ad un aperto conflitto tra due opposte pronunce non solo sulla medesima materia, ma sullo stesso caso: una sentenza della magistratura e un provvedimento d'urgenza del governo con vigore immediato di legge. Solo che nel nostro ordinamento il legislatore può cambiare il diritto finché una sentenza non diventa irrevocabile, cioè non più impugnabile, vale a dire passata in giudicato. Non siamo dunque soltanto davanti ad un conflitto: ma al problema dell'ultima parola in democrazia, al principio dell'intangibilità del giudicato, alla regola stessa della separazione dei poteri. Senza quel principio e questa regola, una qualunque maggioranza parlamentare a cui non piace una sentenza "definitiva" la travolge con una nuova legge, modificando il giudicato, intervenendo come supremo grado di giudizio, improprio, dopo la Cassazione.

Naturalmente il Parlamento è sovrano nel potere di legiferare su qualsiasi materia, cambiando qualsiasi legge, qualunque sia stato il giudizio in merito della magistratura. Ma questo vale per il futuro, non per i casi in corso, anzi per un singolo caso, per un solo cittadino, e proprio per vanificare una sentenza. Si tratterebbe di un decreto contro una sentenza, definitiva: e mentre la si attua. Nemmeno nell'era di Berlusconi, dove si è cambiato nome ai reati, e si è creata un'immunità speciale del Premier, si era giunti fino a questo punto, che rende il legislatore giudice di ultima istanza - quando lo ritiene - e viola l'autonomia della funzione giudiziaria.

Per queste ragioni di patente incostituzionalità è molto probabile che il capo dello Stato abbia frenato ieri sia la necessità che l'urgenza del governo, invitandolo a riflettere. La falsa rappresentazione che vuole la destra capace di parlare della vita e della morte, e gli altri, i laici, prigionieri dei diritti e del diritto, si rovescia in questo cavillare anticostituzionale del berlusconismo gregario, che riprenderà da oggi la strada della viltà amministrativa, usando qualsiasi invenzione strumentale per bloccare la volontà del padre-tutore di Eluana.

Se il decreto salta, si salva il principio dell'autonomia tra i poteri dello Stato. Resta da chiarire, purtroppo, la capacità di autonomia della politica italiana, del suo governo, del Parlamento e di questa destra davanti alle pretese della Chiesa. Che ha tutto il diritto di dispiegare la sua predicazione e di affermare i suoi valori, ma non di affermare una sorta di idea politica della religione cristiana, trasformando il cattolicesimo italiano da religione delle persone a religione civile, con forza di legge.
 
1月20日

Si è frainteso di nuovo... (carta canta)

"L'uso delle intercettazioni telefoniche deve essere previsto solo per reati gravissimi come terrorismo, associazione mafiosa e per i reati che prevedono una pena di oltre 15 anni (Silvio Berlusconi, presidente del Consiglio, 18 dicembre 2008)

"La situazione delle intercettazioni è inaccettabile. Devono essere fatte solo per i reati più gravi. In Parlamento in un emendamento è stata inserita la possibilità di fare intercettazioni anche nelle indagini su reati contro la Pubblica amministrazione. Un disegno di legge così fatto, sul quale mi sono detto subito insoddisfatto, non cambierebbe di molto una situazione inaccettabile. I cittadini non devono essere intercettati rispettando il loro diritto alla privacy. Ho la certezza che questo mio convincimento sia condiviso da tutta la maggioranza" (Silvio Berlusconi, presidente del Consiglio, Corriere della Sera, 21 dicembre 2008)

"Le intercettazioni dovranno essere consentite solo per le indagini riguardanti i reati più gravi, per quelli con pene previste sopra i 15 anni, come il terrorismo internazionale e il crimine organizzato di stampo mafioso" (Silvio Berlusconi, presidente del Consiglio, "Il Giornale", 31 dicembre 2008)

"Berlusconi non ha mai messo in dubbio la possibilità di intercettare contro la corruzione" (Angelino Alfano, ministro della Giustizia, corriere.it, 10 gennaio 2009)

"Non mi è mai venuto in mente di vietare le intercettazioni per reati come la corruzione. Io non ho mai escluso la corruzione" (Silvio Berlusconi, presidente del Consiglio, al telefono con la manifestazione "Neveazzurra", Agi, 11 gennaio 2009)
12月30日

Milano, i restauri simbolo di un paese immutabile

Il famigerato stile assiro-milanese non è mai stato così splendente. È un incrocio fra Babilonia e Gotham City, un Vittoriano con i binari (che poi sono l’unica cosa che manca in quello vero), il super-mega-ultra kitsch fatto cemento. Di tutto, di più: erme e urne, bassorilievi e affreschi, mosaici e marmi, atrii muscosi e fori cadenti, atleti nudi probabilmente gay tipo Foro Italico e inquietanti doccioni da Notre-Dame rifatta da Viollet-le-Duc. E poi cavalli e soldati, scudi sabaudi con regolamentare scritta Fert, spettacolari arcate in acciaio, vedute di Firenze e di Roma, eroi del Carso e camicie nere (ma l’unico Mussolini sopravvissuto al ribaltone è accuratamente oscurato) e perfino un Padiglione Reale lugubremente elegante per le attese dei Savoia in transito. Manca solo la sfinge.

Insomma, è la Stazione Centrale di Milano, già a lungo biasimata come esempio di insano gigantismo retorico-fascista-meneghino e oggi rivalutata non solo nel gusto dei più (però già per Frank Lloyd Wright, non un cumenda qualsiasi, era «la stazione ferroviaria più bella del mondo») ma anche dai restauri che hanno riportato all’antico splendore (splendore?) questo monumento all’Eccesso. Già: nell’orgia di superlativi per il debutto dell’alta velocità sulla Milano-Bologna in un’ora e spiccioli, scioperi permettendo, nessuno ha fatto caso alla contemporanea inaugurazione dei rifacimenti della povera vecchia Centrale, uno di quei posti dove tutti passano e che nessuno guarda. Al massimo, la si vede. E magari ci si chiede, come Marco Paolini: «La prima volta a Milano C. ti domandi: ma è Centrale o Cattedrale?».

Però sappiamo che pochi luoghi sono rivelatori come le stazioni. Dimmi dove vai a prendere il treno e ti dirò in che società vivi. E allora ecco il neogotico fuligginoso dell’Inghilterra imperiale tutta Bibbia & vapore (la londinese St. Pancras, Edimburgo, addirittura Bombay dove la stazione sembra una Westminster tropicale). Ecco la solidità borghese dell’Hauptbahnhof di Zurigo, con i buffet da superfondute della domenica e i monumenti agli ingegneri dei trafori. Ecco il déco da Età dell’Opulenza dalla Grand Central Station di New York, dove ci si aspetta sempre che si materializzi un Vanderbilt o un Astor. Ecco il kolossal teutonico della stazione alsaziana di Metz, oggi purtroppo mascherato da un rifacimento (francese) minimal-chic, ma che il Grande Stato Maggiore del Kaiser aveva voluto enorme per permettere la mobilitazione rapida richiesta dal piano Schlieffen (ottimo di suo, ma rovinato nell’applicazione dal Moltke junior).

E allora la Stazione Centrale di Milano diventa l’emblema di un Paese la cui realtà non è mai all’altezza delle ambizioni, di una povera Patria sempre in bilico sul vorrei ma non posso. Già i lavori di costruzione furono di durata biblica (o, appunto, italiana): prima pietra posata nel 1906, inizio effettivo nel ’25, inaugurazione nel ’31. Ma poi la stazione nacque fascistissima, emblema di un’Italia che si voleva imperiale, guerriera, volitiva, mentre sappiamo invece com’era e come, soprattutto, andò a finire.

Però anche oggi questa discrepanza fra aspirazioni e realizzazioni, fra voglie e possibilità, fra sogno e realtà resta. Perché sì, c’è l’Alta velocità, ma ci sono anche le tradotte dei pendolari o gli espressi in arrivo dal Sud con ritardi di tre ore. Per non parlare poi del fatto che anche nell’evo dell’Eurostar non è detto che la puntualità sia assicurata: per esempio, poniamo, il giorno di Santo Stefano l’ES9664 delle 14,43 per Torino è partito con mezz’ora buona di ritardo mentre, richiesto d’informazioni all’apposito baracchino, lo sventurato targato Fs rispose: «Se ne avessi, gliele darei». Certo, sì, ci sono i nuovo pannelli elettronici che fanno tanto aeroporto, però nessuno ha ancora pensato di rimuovere i patetici orologioni a lancette fermi alle 10,52 dal tempo del primo centrosinistra.

E poi la Stazione Centrale dovrebbe diventare, come lo sono tutte quelle europee, anche un grande centro commerciale: 30 mila metri quadrati di shopping, fanno sapere dalle Grandi Stazioni, già prenotati da Feltrinelli, Benetton, Nike e perfino dalla Coop. In effetti, gli enormi murales Dolce&Gabbana danno anche adesso una nota di glam modaiolo tipicamente milanese. Però resistono, per la gioia di chi ama le buone cose di pessimo gusto, gli incredibili tabaccai con i folli souvernir che ormai si trovano solo qui, i piattini con Padre Pio, la gondola con il centrino, la torre di Pisa con il lumino, il Duomo in finto alabastro. Da qualche parte, nonna Speranza si rassicura: le stazioni cambiano, l’Italia no.
 
12月16日

Littizzetto, regina della satira: "Politici, spetta a noi far ridere"

Dopo una settimana di polemiche, ospiti di destra/ospiti di sinistra, domenica Luciana la peste ha deciso di pareggiare i conti a modo suo. Foglio in mano con una trentina di definizioni lusinghiere del premier Berlusconi: "Sire, Grand marnier, gran visir, gran moka da 12, Ettore di tutte le troie (intese come città), pezzo mancante delle sorprese Kinder...". Uno sberleffo ci seppellirà: Luciana Littizzetto scala le classifiche dei libri (l'ultimo è La Jolanda furiosa, Mondadori), travolge Fazio a Che tempo che fa e accompagnando al piano Bocelli svela la trama gay di Musica proibita di Gastaldon. "Il garzone del testo non vi fa venire qualche sospetto?".

Luciana, cominciamo dalla tv.
"Spero che ci lascino lavorare, non ci sono complotti da nessuna parte. Il più delle volte se uno di sinistra va a parlare in tv porta voti alla destra, e chi è di destra porta voti alla sinistra: si danneggiano da soli. Pazzesco: inviti un Nobel e nessuno se ne accorge, arriva il sottosegretario alla sottominchia e giù polemiche".

Si può parlare di qualsiasi argomento?
"Non ho soluzioni e non pretendo di averne, vorrei sottolineare l'inversione di ruoli: comici che fanno i politici e politici che usano il linguaggio dei comici, cosa molto pericolosa. I politici devono essere persone a cui prestiamo attenzione perché sono autorevoli".

Lei davanti a cosa si ferma?
"Non si può ironizzare sulla cronaca. È la vita delle persone, diventi cinico e non è la mia cifra, non ho la cattiveria nel Dna".

Però non le manda a dire.
"Mi viene lo sberleffo, è vero, ma l'aggressione no".

Da un po' si occupa molto di cacca.
"Di cosa posso parlare? La politica è campo minato, la chiesa non ne parliamo. Per far ridere la cacca non fa male a nessuno, non a caso i bambini appena la nomini si sbellicano. Inquieta i puristi, che immagino non la facciano mai. Sa cosa diceva mia nonna? Al è al tun ca fa la müsica, è il tono che fa la musica. Benigni ne è la prova".

Si riferisce al famoso duetto con la Carrà?
"Certo: elencava tutti i sinonimi della passera, ma quando pensi a una cosa volgare non pensi mai a quello. Chapeau, dalla sua bocca può uscire tutto, e quando deve essere alto, è alto".

A proposito, lei ha ribattezzato l'organo femminile Jolanda, quello maschile Walter. Ha più incontrato Walter Veltroni?
"Non l'ho incontrato... Abito a Torino e incontro Chiamparino, che si chiama Sergio, però ci sono alcune Jolande e alcuni Walter che mi fermano: "Abbi pietà di noi, ci prendono in giro tutti".

Scrive nel libro: "Piuttosto che fare l'amore col proprio uomo certe donne preferirebbero scalare il Monviso con le infradito".
"È così. La verità è che non ci manca il desiderio del walter, quello che non desideriamo più è il portawalter. Ora hanno inventato la pillola che riaccende il desiderio. Sa cosa devono fare per riaccendere il desiderio? Inventare una pastiglia che ci renda orbe. Così non vediamo più gli uomini mentre fanno boiate. Il desiderio ci va via, non è una roba fisiologica ma mentale. Ma ha letto di Berlusconi?".

Che ha detto?
"Berlusconi vuole farci arrivare a 120 anni. Bene: la prima comunione a 40 anni, il primo bacio a 50, mi sento già rovinata così, ma lui ci arriverà. Piega le corna delle mucche a mani nude".

Cosa risponde a chi l'accusa di fare "satira da massaia"?
"È un grande complimento, è la lettura delle cose che fanno le persone normali e comuni. "Normale" e "comune" sono bellissimi aggettivi. Non vuole dire essere persone stupide, ma persone che si fanno domande e cercano di darsi risposte. Senza essere Marzullo. Non è tutto bianco o nero. Il beige e il grigio non sono sempre segno di mestizia, ma segno che siamo diventate più sagge".

A Che tempo che fa, Fazio fa il saggio, lei la spericolata.
"Il comico ha bisogno di una spalla e Fabio è perfetto. Sta al gioco quando improvviso, più si preoccupa e si dispera, più aumenta l'effetto comico. Ma, comici a parte, da noi puoi vedere persone che non si vedono mai: io ho capito il senso e la violenza della guerra solo da Mario Rigoni Stern, ho capito la potenza del male dai suoi occhi che ancora non si erano rassegnati, la guerra te la porti dentro".

Poi ci sono i divi.
"Clooney l'ho mancato, lo scrivo nel libro, sapevo che sarebbe venuto e per sessanta giorni ho fatto i piegamenti sui seni per fortificarli. Fabio i figaccioni li mette al sabato. Mickey Rourke è un gatto del Colosseo, pazzesco, disperato, mi è proprio piaciuto ".

La tv lascia il segno?
"La televisione non ti cambia mai, ti rilassa, ti fa passare il tempo, ma è difficile che ti cambi, invece il cinema sì. Ti cambia".

C'è una frase che apre "La Jolanda furiosa": "Devi sapere cosa vuoi altrimenti devi prendere cosa viene".
"Vado al ristorante cinese a Torino, era scritta nel menù. Una folgorazione. È così per tutto: eutanasia, testamento biologico... Uno diventa ministro, ha ancora il flûte in mano e con la Bic firma la riforma. Ma fatti spiegare da quelli che ne sanno di più, no?".
12月11日

Incidenti stradali: dimezzare i morti entro il 2010

Ci siamo: il famoso obiettivo fissato nel 2000 dalla Ue, quello di ridurre entro il 2010 del 50% il numero delle vittime da incidenti stradali, potrebbe essere davvero raggiunto dall'Italia. Un fatto clamoroso perché fino a oggi nessuno avrebbe scommesso un centesimo sulla nostra possibilità di rientrare in questo parametro europeo. Eppure analizzando i dati si scopre che oggi è possibile arrivare ad avere "appena" 3.530 morti nel 2010 rispetto ai 7.061 del 2000.

Il calcolo arriva dall'Asaps, associazione amici polizia stradale. E in effetti considerando che nel 2007 la diminuzione è stata di 538 morti e la possibilità di ripetere la performance anche nel 2008, 2009 e 2010 il risultato auspicato sarebbe a portata di mano. Infatti 538x3 fa 1.614. Se al numero di 5.131 vittime del 2007 ne togliete 1.614, viene fuori la quota di 3.517, proprio sotto al 50% delle 7.061 vittime del 2000.

Tuttavia va detto che i dati Istat segnalano un calo modesto della sinistrosità e dei feriti a fronte di un eccezionale calo delle vittime che sfiora il 10%. Migliore di molti altri paesi europei.

"Dobbiamo dire - spiega infatti Giordano Biserni, presidente dell'Asaps - che sinceramente ci aspettavamo qualcosa in più in termini di diminuzione degli incidenti, speravamo in un calo a doppia cifra.
Invece gli incidenti del 2007 si sono fermati a quota 230.871 con una modesta diminuzione del 3%, i feriti si sono fermati appena a -2,1%, e rimangono inchiodati a quota 350.850. Notizie decisamente migliori per i morti in incidenti stradali. Nel 2007 si sono contate 5.131 vittime, con un calo di 538 lenzuoli bianchi in meno stesi sulle strade. In questo caso la percentuale è di un bel -9,5%. Uno dei risultati migliori in Europa. Per fare un esempio pratico, ci sono 11 pullman di cittadini italiani che girano tranquilli sulle nostre strade e che potevano essere invece nella conta delle vittime della strada. Non male. Per questo crediamo di non doverci mettere la cenere in testa e anzi ci sentiamo abbastanza soddisfatti".

L'Aci ha calcolato poi che questi numeri si traducono in un risparmio di 3 miliardi di euro e ci sarebbe effettivamente di che essere soddisfatti se non fosse per la tragica situazione degli utenti delle due ruote che con il 19% circa del parco circolante e un 4% dei km totali della mobilità, valgono il 30% della mortalità e il 27% del totale delle lesioni della strada. Un problema che prima o poi occorrerà affrontare davvero.
11月29日

Bagarini, un affare tra calcio e spettacolo

Sono l'ultimo stadio truccato da oasi. La bacchetta magica che ti mette in tasca la partita, lo spettacolo, che fa sparire le code, e gli interessi li paghi subito. Un po' cravattari e un po' cialtroni - di certo non filantropi - croce e ancora di salvezza di noi spettatori: sciagurati, ritardatari, a volte semplicemente polli. Sono - è brutto dirlo, ma è così - un'eccellenza italiana. Quando al concerto di Madonna in Montenegro - mancavano quattro ore allo show - i promoter locali hanno visto che sulla spiaggia di Budva si erano già piantati sciami di bagarini campani e pugliesi con in bocca la fatidica frase "compro-vendo biglietti...", hanno stretto le spalle. La stessa cosa hanno fatto i poliziotti e i giornalisti che, alle Olimpiadi cinesi, i bagarini se li sono trovati direttamente sui vagoni della metropolitana di Beitchueng, in mano una sfilza di biglietti altrimenti introvabili per le gare di atletica, 3600 yuan (350 euro) anziché 800. Tra ragazzi e donne mandarine, - figurarsi - sono spuntati loro, i "bagarini d'Italia". I professionisti dell'incetta e della rivendita last minute erano in trasferta sulla Muraglia.

Girovaghi come i circensi e i giostrai. Sempre in tournée al seguito delle squadre di calcio e delle rock star. Pronti a salire in macchina o su un treno per raggiungere stadi e teatri in Italia, in Europa e nel mondo. Le loro alterne fortune si chiamano Madonna, Bruce Springsteen, Rolling Stones, la Scala e il football, le partite di campionato, i derby, le coppe europee, i campionati del mondo, gli europei, le Olimpiadi. Sono un esercito ambulante stimato oggi attorno alle 3 mila persone. Si muovono a fisarmonica: tanti, tantissimi quando c'è la puntata forte.

Un numero più ristretto quando l'evento ha minore appeal. Secondo il Viminale - da quando sono stati introdotti i biglietti nominali - i bagarini sono in diminuzione. Un calo tra il 20 e il 30 per cento. Eppure continuano a assediare gli stadi, i teatri, i palazzetti dello sport, persino la metropolitana (la sera, quando chiudono le biglietterie, è successo a Milano). Non se ne sono mai andati, anzi. Molti si sono buttati (anche) su Internet. Sono diventati "scotennatori" on line. Ingrossano le loro casse su e-bay e altri siti di aste o di acquisti "low cost". Si spartiscono una torta da 40 milioni ogni anno. Volendo semplificare, - e immaginando un salario base per tutti - ogni bagarino si mette in tasca non meno di 13 mila euro a stagione (1000 euro al mese). Rigorosamente esentasse. "È un fenomeno liquido e in continua evoluzione - ragiona Maurizio Marinelli, direttore del Centro studi sulla sicurezza pubblica - ma molto poco monitorato. La truffa allo spettatore è l'aspetto più evidente. A questo si aggiunge il danno a chi organizza l'evento. Ma la cosa più preoccupante sono i legami con le organizzazioni malavitose".

Il bagarino è, per antonomasia, "da generazioni". Famiglie che si tramandano la non proprio nobile arte dell'arrangiarsi: comprano i biglietti in blocco molto prima dell'evento e li rivendono facendo la cresta. Altri si improvvisano. Tanto di lavoro ce n'è. Basta essere consapevoli che tornare a casa con le pive nel sacco - e cioè coi biglietti invenduti - fa parte del gioco. In principio furono i napoletani. Sono ancora loro, oggi, che rivendicano il copyright e siedono stabilmente in cima alla piramide del bagarinaggio nostrano. Tasche capienti, parlantina furbetta, modi ruvidi. C'era e c'è chi viene "unto" e mandato in missione - a fare i biglietti - per conto delle onorate famiglie dei Quartieri Spagnoli (Faiano, Russo, Teste Matte, che sono il nome di un gruppo ultrà), della Sanità (Misso, Tolomelli), di Fuorigrotta (Baratto, Cavalcanti), di Soccavo (Grimaldi) e dei tanti paesoni della cintura vesuviana. Al San Paolo vendono con un ricarico del 300 per cento una tribuna Posillipo (200 anziché 80).

Agli acquirenti dei tagliandi viene persino data la possibilità di poter cambiare il nominativo dell'intestatario del biglietto attraverso una semplice procedura on-line sul sito internet www. sscnapoli. it (sito ufficiale della Società Sportiva Calcio Napoli) alla voce "cambio utilizzatore", con tanti saluti al decreto Amato.

Anche lo stadio Olimpico di Roma è in mano ai napoletani. Se provi a fare concorrenza ti cacciano. Se vai a Torino per Vasco li ritrovi lì, pronti a offrirti un "prato" a 150 euro. Nella filiera una fetta importante è stata appaltata ai siciliani. Che però sono meno itineranti. Lavorano molto - e indisturbati - "in casa". A Palermo sono le cosche di Resuttana e di San Lorenzo a gestire la mafia dei biglietti. Si accaparrano blocchi di ticket (molti con la scritta "omaggio") e li rivendono con la benedizione dei boss. Che sono ingordi e amano il calcio. Il clan Lo Piccolo nel tentativo di infiltrare il Palermo scuciva alla società 100 biglietti di tribuna ogni domenica che poi venivano distribuiti alle varie famiglie mafiose. Si sono ingegnati, in Sicilia. A Catania, dove il giro - secondo la polizia - è controllato dalle famiglie Piacenti e Cursoti, l'ultima trovata è entrare allo stadio con un abbonamento che non hai mai comprato. Funziona così: il bagarino, titolare dell'abbonamento, contratta il prezzo della partita di giornata col tifoso. Raggiunto l'accordo, il tifoso entra nello stadio dall'ingresso stabilito, dove una "maschera", d'accordo col bagarino, lo accompagna. Una volta entrato, il tifoso riconsegna l'abbonamento alla maschera che lo riporta al bagarino. Affare fatto, tutti contenti.

Il sistema del bagarinaggio, alla base, è lo stesso di venti anni fa. Ci sono vere e proprie "squadre" che, all'inizio dell'anno, costituiscono delle società. Mettono i soldi in comune. Come se dovessero giocare un sistemone al totocalcio. Alla fine della stagione si dividono l'incasso. Scelgono i venditori, in molti casi sono loro stessi. Fuori da San Siro, negli anni ?70, erano una specie di arredo insieme ai porchettari e ai caldarrostai. Allora si ragionava e si comprava in lire. E si facevano solo affari d'oro. Partite, concerti. Non c'erano né biglietti nominali né tornelli, Internet era una parola sconosciuta e se uno voleva vedersi lo show ma era "tutto esaurito", non c'erano storie: o andavi dal bagarino o stavi fresco.

"Nel 1995 a Napoli, era Maradona, erano così tanti che ci volevano i manganelli della polizia per fendere la folla - racconta un funzionario del Viminale - Una cosa incredibile. Oggi per fortuna li abbiamo un po' fermati, ma sono un osso duro". Erano una casta i bagarini. Abili e impuniti. Poi con l'era della globalizzazione, della Rete, delle biglietterie telematiche, con la modernizzazione e con il giro di vite sui ticket - specie per le partite di calcio -. La vita si è complicata ma neanche troppo. Hanno dovuto reinventarsi, rimettersi in gioco. Sono stati fermi un po', e sono ripartiti. Non più una casta ma un'onda. Non più solo organizzati per clan e "famiglie" ma più autarchici, solisti. Giovani, sempre più giovani. E ingegnosi. Studenti, operai, impiegati al primo lavoro che per arrotondare si sono buttati nel business. Che adesso viaggia anche e soprattutto on line. Con il computer si lavora in anticipo (sull'evento) e dunque senz'acqua alla gola, insomma non (solo) in zona Cesarini e cioè davanti allo stadio o al teatro. "Mi faccio tutte le partite pesanti, una quindicina all'anno tra campionato e coppe - racconta Carlo, 28enne milanese, entrato nel giro da cinque anni, di mestiere venditore in una catena multilivello, 1300 euro al mese che diventano più del doppio con le domeniche e i mercoledì a San Siro - Vendo biglietti sia on line che allo stadio. Il rischio dell'invenduto c'è, perché da quando hanno introdotto i biglietti nominali la gente crede che i nostri siano falsi. Ma non è così. Sono buoni. Me li compro in anticipo, nelle rivendite ufficiali, li faccio prendere anche alla mia fidanzata e a mio fratello. E li piazzo".

I bagarini si sono orizzontalizzati. Un tempo la struttura era più piramidale. Erano solo i clan campani e siciliani a mandare in giro i loro borsaneristi. Oggi le porte si sono schiuse a nuove leve e a nuove tecniche. Accanto al metodo classico delle squadre "in tour", dilaga quello virtuale. Ci sono siti dove vengono messi all'asta i biglietti per le partite o i concerti "dell'anno". La tecnica dell'incanto è un trucco. Basta farsi un giro su e-bay e affini e si troveranno offerte tipo "vendo cappellino originale di Vasco e a chi lo compra regalo biglietto per il concerto", oppure "vendo foto di Ibra e a chi la compra regalo biglietto per il derby".

Magicamente, il prezzo del cappellino e della foto lievitano a 200-300 euro. Se in Cina il bagarinaggio si fa direttamente alla cassa centrale dello stadio o del teatro, senza pudore, con tanto di recapito a casa o in ufficio (è la stessa biglietteria ufficiale che, dopo avere dichiarato "esauriti" i biglietti, offre a chi telefona la "soluzione b", e cioè una bella agenzia clandestina che vende scorte di biglietti, ovviamente al doppio), in Italia si è un tantino meno sfacciati ma assai intraprendenti. Anche perché la legge non è esattamente ferrea. Sebbene sia al limite della legalità, la truffa è, di fatto, quantomeno tollerata. "All'italiana". "Mentre in passato alcune sentenze, siamo a fine anni ?80, prevedevano il reato di illecita intermediazione girovaga per chi rivendeva a prezzo maggiorato - spiega l'avvocato Carlo Zucca - , oggi l'orientamento della Cassazione è cambiato. Con due recenti sentenze, del 2006 e del 2008, gli "ermellini" hanno stabilito che chi acquista e poi rivende a proprio rischio non compie nessuna intermediazione, neppure atipica. E che se la provenienza dei biglietti non è illecita, non si configura nessun reato". E dunque: se i venditori sono in regola, acquistare tagliandi da loro è una pratica assolutamente consentita. Risultato: avanti tutta. I bagarini si danno da fare in terra come in cielo. Ryanair ha denunciato alla Commissione europea i rincari stratosferici effettuati dalle agenzie "raschia-schermi" che vendono i prezzi aerei della compagnia low-cost a prezzi gonfiati. Sui siti Bravofly. com, Edreams. com, Volagratis. com e Wegelo. com i ticket venivano spacciati al 200-300% del loro prezzo effettivo. Dietro ai portali, anche ingegnosi piazzisti italiani. Così l'ultimo stadio ha messo le ali.
11月15日

Italia-Argentina 14-22 (Rugby Test Match)

Un solo graffio, ed è dei Pumas. A Torino Italia-Argentina finisce 14-22, disonorevole sconfitta. Una settimana dopo Padova, gli azzurri capaci di spaventare l'Australia scivolano sul bisogno del risultato a tutti i costi: giù la mediana e Masi, nonostante la meta, male le due ali. Troppo gioco al piede, poco coraggio e voglia di stanare un avversario roccioso, sul quale l'Italia ha finito per adagiarsi. E un lampo di Hernandez, alla fine, fa la differenza. Torino applaude lo stesso ma non passi il concetto che il rugby è bello anche senza vincere. Quest'Italia, ora come ora, ha dannatamente bisogno di risultati per maturare in fiducia e personalità.
IN TRINCEA – Partita brutta, va detto, di quelle che prendono una piega e testardamente non la cambiano fino alla fine. I primi 40' sono un cartello appeso fuori lo stadio, “oggi solo birra analcolica”: cinque calci fuori, corti, e storti (due di Marcato) senza che il risultato si sblocchi. Mallett si è giocato le carte giuste, con Nieto e Aguero in mischia siamo più “argentini” degli argentini e anche in touche ci facciamo valere. Ma non c'è spazio per giocare e allora tutti in trincea: metro per metro, placcaggio per placcaggio con il solito Mauro Bergamasco e un Parisse che a parte immolarsi, di più non può. Sblocca Contepomi al 28' (0-3), pareggia Marcato 5' più tardi, poi ancora Contepomi per il 3-9 del tutti negli spogliatoi.
UNA MAGIA - Ancora Contepomi per il 3-12 di un Argentina che ha tutta l'aria di sfondare. Dieci e più fasi in attacco non valgono la meta che invece arriva al 53' con i Pumas in inferiorità numerica (fuori Roncero per fallo a palla lontana). Canavosio calcia malissimo, Hernandez fa il numero e dà a Carballo l'ovale da schiacciare in mezzo ai pali dopo il mancato placcaggio di Marcato. Con la realizzazione è 6-19. Dentro Travagli e Lo Cicero, fuori Canavosio e Aguero. Marcato fa in tempo a segnare il 9-19 che lascia per Orquera. Ma gli azzurri si svegliano troppo tardi: quando Masi schiaccia in meta è ormai il recupero. Finisce qui, con poca Argentina ma comunque troppa per questa Italia deludente.
11月10日

San Pio X Lucera - Lucera 1-2 (Allievi Regionali)

Il Lucera sfodera una grande prestazione e si aggiudica con pieno merito il derby con il San Pio X, dopo aver ribaltato l'iniziale vantaggio della squadra di casa. Totaro deve fare ancora a meno di Polisena, che sconta la seconda giornata consecutiva: spazio dunque a Spallone, in una formazione che conta ben sette calciatori classe 1993. La gara inizia su ritmi molto blandi: le due squadre sentono molto la partita, giocata davanti ad un folto pubblico, e i primi minuti trascorrono in una fase di studio priva di emozioni. Il sottilissimo equilibrio si sposta al 9' quando Tozzi segna un gran gol con un destro al volo che si insacca all'incrocio dei pali e porta in vantaggio il San Pio X. I biancocelesti provano a reagire e al 12' un calcio di punizione di Turco sibila vicino al palo della porta di Scirocco ma termina a lato. In questa fase della gara il Lucera colleziona quattro calci d'angolo, in uno dei quali Cavaliere ha una buona occasione all'altezza del dischetto del rigore ma il suo tiro termina abbondantemente alto. Nel finale del primo tempo il Lucera costruisce una bella azione di contropiede tutta di prima che si conclude con il tiro di Cavaliere che termina a lato. Nella ripresa il Lucera cambia decisamente marcia ed inizia a premere con veemenza nella metà campo avversaria. Al 47' tocca ancora a Turco tentare la trasformazione di un calcio di punizione, ma il pallone termina ancora a lato: il difensore lucerino si avvicina comunque sempre di più alla porta di Scirocco. Al 50' il direttore di gara, il signor Bellucci di Foggia, decide di diventare protagonista della partita, sino a quel momento molto corretta, ed espelle nel giro di due minuti i due tecnici Totaro e Maiellaro, entrambi increduli di fronte alla decisione dell'arbitro apparsa sin troppo severa. Nel Lucera entra Benito De Battista al posto di Ricci, con Totaro che schiera così le tre punte. al 58' arriva il gol del meritato pareggio: da un calcio di punizione dalla sua zolla preferita Turco lascia partire una traiettoria imparabile per Scirocco. A questo punto della gara il Lucera ci crede davvero: entra anche De Matthaeis a rilevare Napolitano e aumenta la supremazia territoriale dei biancocelesti. Al 67' Benito De Battista si procura con grande abilità un calcio di punizione dalla fascia sinistra: si incarica della battuta il solito Turco, abile a pescare Pasquale De Battista lasciato solo dalla retroguardia di casa ma il colpo di testa del centrocampista lucerino, migliore in campo in assoluto, sfiora il palo. Al 71' il Lucera passa finalmente in vantaggio: grande azione di contropiede innescata da Piccirillo, Cavaliere controlla il pallone all'altezza del limite dell'area, supera un avversario e lascia partire un gran tiro a rientrare che non lascia scampo a Scirocco; grande esultanza per l'attaccante di Biccari, al suo secondo gol consecutivo dopo quello alla Reali Siti Stornarella. Nel finale i nostri ragazzi controllano agevolmente la gara e portano sino al triplice fischio finale questa preziosa e meritata vittoria, frutto di una prestazione decisamente convincente (senza dubbio la migliore di questo avvio di stagione).

San Pio X Lucera: Scirocco, Luciano, Coccia, Soprano, Rea, Pellegrini, Petrone, Petronella, Sorangelo, Tozzi, De Mita. A disp. Graziano, Selvaggio, Paolozzi, Lanza, Lembo, Iannantuono, Terlizzi. All. Maiellaro.
Lucera Calcio:
Spallone, Lunetta, Riccio, Piccirillo (Barbaro M.), De Vivo, Turco, Ricci (De Battista B.), De Battista P. (Barbaro F.), Napolitano (De Matthaeis), Iacovelli, Cavaliere. A disp. Piacquadio, Morelli, Nonaizzi.. All. Totaro.
Marcatori: 9' Tozzi, 58' Turco, 71' Cavaliere.
Arbitro: Bellucci di Foggia.

11月5日

La rivincita dell'intelligenza

di Vittorio Zucconi - fonte www.repubblica.it
 
Confesso qualche commozione molto poco professionale, e molto diversa dal cinismo che a volte noi giornalisti affettiamo, nell'ascoltare la network Fox, quella che disperatamente e sfacciatamente ha fatto campagna di calunnie e di montature contro Obama "il terrorista, marxista, mussulmano, radicale" e che mi sono crudelmente goduto per ore nel suo calvario, ha annunciato alle 23 di ieri che l'America avrebbe avuto, per la prima volta nella propria storia, un Presidente di etnia mista africana ed europea.

Nella sua vittoria, e nella insurrezione nazionale e pacifica contro gli otto anni del peggior governo repubblicano che l'America avesse conosciuto dal quadriennio di Herbert Hoover, il padre della Grande Depressione, c'è il riscatto non della sinistra contro la destra, non dei "migliori" contro i "peggiori", perché in democrazia non ci sono "superiori" e "inferiori" e il voto del Rettore Magnifico conta quanto quello del fattorino che gli porta il caffè.

Il successo di Barack Hussein Obama è anche qualcosa di più importante dell'ormai inevitabile riconoscimento che nel club più esclusivo del mondo, quello che ha visto ammessi soltanto 41 uomini bianchi (per 43 presidenze) in duecento vent'anni non potevano non entrare cittadini con volti, e domani con sesso, diversi e più simili al volto dell'America, è la rivincita dell'intelligenza e della preparazione sul mito dell'"uomo qualunque" e della banalizzazione delle istituzioni.

Non sappiamo, e nessuno lo può dire, se Barack Hussein Obama sarà un buon presidente, se riacciufferà l'economia americana dall'abisso nel quale sta precipitando e dove trascinerebbe anche noi (la produzione industriale americana in ottobre è diminuita del 26%, un quarto, questo per coloro che ci ripetevano che la crisi della finanza non era la crisi dell'economia reale), se ritesserà la maglia di amicizia e di stima internazionale che Bush ha lacerato nonostante la piaggeria degli inutili cortigiani alla Berlusconi, se sarà una delusione come Carter o un successo come il vecchio, prudente Bush.

Ma sappiamo che finalmente nello Studio Ovale siederà qualcuno che conosce la differenza fra un libro e una sega a motore, che non considera la cultura e la sintassi come espressioni di "fighettismo", secondo l'atroce neologismo caro ai duri e puri. Non uno "come me", ma uno migliore di me, capace di ascoltare, ma anche di riflettere e di circondarsi di persone delle quali non teme la concorrenza, perché non soffre di complessi di inferiorità.

Molto abbiamo detto, scritto e ascoltato, da mesi ormai, sulla straordinaria novità di un presidente afro americano, insieme bianco (la parte di lui che sempre si dimentica) e nero, ed è ovvia la lezione - anzi, la sberla - che la democrazia americana ha dato ai miserabili sfruttatori delle paure razziali e del provincialismo identitario che oggi purtroppo spadroneggiano in Europa. O che fecero dire in un telegiornale de La7 al Presidente della Camera italiana, onorevole Gianfranco Fini, che l'America non avrebbe mai eletto "un nero". Ma la promessa di Obama è più della etnia, della storia personale, della capacità di superare l'handicap di un nome tremendo come Hussein, è la stessa che fece di Kennedy l'uomo che fermò il mondo a un passo dall'olocausto nucleare leggendo e rileggendo "I cannoni d'Agosto" il libro di una storica americana, Barbara Tuchman, che raccontava come la guerra sia la marcia della follia verso il disastro. E rispondendo di no ai generali che raccomandavano l'invasione dell'isola.

L'elettorato americano ha punito il partito Bush, dando, insieme con la Casa Bianca, una schiacciante maggioranza di seggi si Democratici nella Camera e nel Senato. Ha respinto otto anni di mediocrità spacciata per grande visione morale, ha rifiutato offeso l'assurda candidatura di una governatrice di provincia che le donne americane hanno preso come un insulto, portato da chi - maschilisticamente - crede che le donne votino soltanto nel segno del loro genere e non nella scelta della persona migliore per loro stesse e le loro famiglie. Ma soprattutto ha detto che era stanco di essere trattato come un gregge di idioti contenti di essere governati da un compagno di bicchierate che li fa sentire meno stupidi. La democrazia non deve scegliere geni o premi Nobel ma neppure cadere nella tentazione del gioco al ribasso e all'instupidimento collettivo dei venditori di barzellette e di perline.
God bless America. Sia benedetta l'America che ha ritrovato la forza per credere nella democrazia e la persona per raccogliere in maniera civile e intelligente l'onda dell'antipolitica che anche qui si era alzata.
10月27日

L'occupazione-modello

di Sandro Veronesi - fonte www.repubblica.it
 
DUNQUE. L'altra mattina ho deciso di andare a dare un'occhiata al liceo dove si è appena iscritto uno dei miei figli, lo Scientifico Niccolò Copernico di Prato, che è occupato da lunedì scorso. Mica per nulla: ha più di millequattrocento studenti, e sentire mio figlio quattordicenne dire "occupiamo" o "facciamo autogestione" mi ha un po' stranito - così sono andato a vedere cosa stavano combinando. Tra l'altro, è lo stesso liceo che ho fatto io, e questo un po' mi emozionava, ma è pur vero che la sede è cambiata, perciò non correvo il rischio proustiano di sprofondare nella memoria involontaria.

Fin dall'ingresso ho cominciato a constatare qualcosa di sorprendente, di cui vorrei dar conto: si tratta davvero di un'occupazione-modello. Tanto per cominciare, il servizio d'ordine c'è e funziona. Non è nulla di intimidatorio, ma si capisce che gli studenti hanno ben chiaro il pericolo di infiltrazioni che minaccia ogni occupazione, e stanno parecchio attenti. Gliel'ho chiesto: "Chi ve l'ha insegnato a fare un servizio d'ordine come questo?". E la risposta è stata: "L'esperienza".

Già, perché i più grandi tre anni fa hanno partecipato a un'altra occupazione e qualcosa l'hanno imparata lì, ma soprattutto ogni anno in questa scuola viene attuato un progetto che si chiama "Agorà", d'accordo con preside e professori, che prevede tre giorni di autogestione totale, per far funzionare il quale gli studenti hanno imparato le tecniche per difendersi dal virus del disordine. D'altra parte, l'occupazione di questo liceo ha luogo anche grazie alla responsabilità che si sono presi preside e docenti, non è conflittuale, ed è basata su un patto di fiducia reciproca: per esempio, le lezioni sono comunque garantite, per tutti quelli che vogliono farle.

Sono sceso nell'aula magna, dov'era in corso un forum alla presenza di centinaia di ragazzi, e mi sono messo ad ascoltare. Stava parlando un esponente locale di Forza Italia, che difendeva i decreti 133 e 137 con gli stessi bizzarri argomenti con cui li difende Berlusconi - negando, cioè, che genereranno i gli effetti per i quali sono stati concepiti. Be', con mia sorpresa non veniva subissato di fischi - anzi, c'era anche un manipolo di studenti che lo applaudiva.

Poi però i ragazzi hanno cominciato a fargli le domande, e nel farle hanno mostrato una competenza sull'argomento dinanzi alla quale la sua retorica semplificatrice è parsa abbastanza miserella. Ero ammirato: quel forum era migliore di ogni talk show che si vede in Tv, ma di gran lunga. Purtroppo però avevo un impegno e sono dovuto andar via, e così sono tornato l'indomani, con tutta la mattina a disposizione per partecipare al forum - anzi, arrivato lì ho scoperto che il forum ero io. Mi hanno dato un microfono e mi hanno fatto parlare, e io mi sono detto attenzione a quello che dici, Sandro: questi ti ascoltano davvero. Perciò ho parlato secondo coscienza, evitando furore, demagogia e linguaggio scurrile.

Li ho rincuorati riguardo al timore di un'irruzione della polizia perché, a quanto pare, il ministro dell'Interno su questa faccenda la pensa in maniera un po' più sfumata del presidente del Consiglio. Li ho incoraggiati ad abbracciare una volta per tutte l'idea di complessità contenuta in tutto quello che studiano, per contrastare la pochezza che ispira questa sventurata stagione civile; gli ho detto che dopotutto la scuola è fatta da esseri umani, e nessuna legge, per quanto sbagliata o dannosa, può impedire agli esseri umani di agire con intelligenza; gli ho detto che il vero problema è la fine del nostro modello socio-economico, che si trova a vivere gli spasmi terminali di un'agonia madornale e gli ho spiegato perché l'Islanda, fino a ieri il paese più ricco d'Europa, è fallita e come sistema-paese non esiste più.

Ma soprattutto li ho scongiurati di fermarsi in tempo dinanzi a qualsiasi tentazione di abbassarsi un passamontagna sulla faccia, perché nella rabbia il valore della loro esperienza si disperderebbe completamente, e il bel gesto d'immaginazione che stanno facendo adesso finirebbe giù per il cesso.

Insomma mi sono impegnato al massimo, e mentre ero lì che mi impegnavo al massimo pensavo che impegnarsi al massimo è il minimo che si possa fare, in questo momento, dinanzi a quest'esempio di cosa difficile fatta così bene. Alla fine, però, ho avuto l'impressione di avere sbrodolato cose che la maggior parte dei ragazzi sapeva già - anche perché nell'aula c'erano molti professori, e di molte cose devono averne già parlato con loro. Anche la raccomandazione da buon padre di famiglia, di cominciare a pensare a come e quando interrompere l'occupazione, riprendere lo studio e trasferire la protesta in altre iniziative permanenti fuori dall'orario scolastico, potevo risparmiarmela: i ragazzi ci hanno già pensato, contano solo di arrivare alla fine della settimana.

Nella calca, uno di loro mi ha avvicinato e mi ha chiesto se avrei letto una cosa; gli ho detto di sì, lui mi ha allungato un foglio ma quando ha visto che mi apprestavo a leggerlo lì mi ha suggerito di farlo a casa, con calma, perché era un po' lungo. Stava per cominciare un altro forum, del resto, sulla legalità, tenuto da un avvocato, e bisognava lasciare l'aula magna.

Me ne sono andato con uno strano orgoglio retroattivo: l'orgoglio di esser stato anch'io uno di loro - di aver fatto il liceo in un istituto che trent'anni dopo si sarebbe distinto come esempio nazionale in una situazione confusa, complessa e tecnicamente illegale come un'occupazione. Quando c'ero non l'avrei detto, ecco. Poi, camminando verso casa, ho letto il foglio che mi aveva dato il ragazzo: vista la ritrosia con cui mi aveva pregato di non leggerlo lì pensavo fosse un racconto, o una poesia. Invece era la trascrizione, scaricata da Internet, di un brano del discorso che Piero Calamandrei pronunciò al III Congresso dell'Associazione a Difesa della Scuola Nazionale, a Roma, l'11 febbraio 1950. Un brano illuminante, nella sua attualità. Tornato a casa, sono andato a cercarmelo e l'ho letto per intero - cosa che consiglio a tutti di fare. Poi ho acceso la TV e, a proposito del vero problema, ho saputo che nel frattempo era fallita anche l'Ungheria...
10月18日

Morlacco, sindaco di Lucera, è sfiduciato. E ora viene il bello. O il brutto?

Questa mattina i consiglieri firmatari del documento di sfiducia al sindaco dott. Vincenzo Morlacco formalizzato ieri sera tardi (leggi l'articolo) alla presenza del notaio dott. Luciano Mattia Follieri, è stato regolarmente protocollato al Comune di Lucera, dove il segretario generale dell’ente locale dott. Salvatore Avvanzo ha preso atto della circostanza ed ha avviato le procedure per comunicare l’ufficialità al prefetto di Foggia.
Dichiarato quindi sciolto anticipatamente il Consiglio comunale del Comune di Lucera, la nomina del commissario prefettizio che salirà Palazzo Mozzagrugno da lunedì prossimo sarebbe intanto caduta sul nome del dott. Michele Di Bari, vice prefetto del capoluogo di provincia.
Si è chiusa così l’esperienza dell’amministrazione Morlacco e della coalizione che proprio di centrosinistra non è, in realtà, mai stata ritenuta del tutto, visto l’assortimento della compagine vincitrice alle elezioni amministrative al secondo turno di ballottaggio risalente al 10 e 11 giugno del 2007.
Gli auspici, non fosse altro per la lunga e riconosciuta esperienza del dott. Morlacco, erano dei migliori. Chiaro che si puntava molto di più sulla figura dell’allora appena eletto sindaco che sulle componenti messe in campo dai partiti e dalle liste civiche. Ma l’amministrazione che avrebbe dovuto dare segnali di discontinuità con il passato ha cominciato fin da subito a dare segni di instabilità e di indecisione sfociati poi in un imbarazzante immobilismo che ha portato all’esito che ormai tutti conoscono.
Il cammino del dott. Vincenzo Morlacco però non è stato di certo aiutato dalla buona stella, considerando che fin dal ballottaggio ha dovuto fare i conti con minacce ed attentati che hanno visto elevare il livello di pericolosità per sé e per la propria famiglia con l’episodio della esplosione dei cinque colpi di pistola calibro 7.65. Da parte loro, i partiti e le liste che reggevano (o che avrebbero dovuto reggere) le sorti della città ricorrendo ad un attesissimo decisionismo che non è mai giunto, probabilmente non hanno saputo o potuto interpretare i malumori che covavano all’interno della coalizione quando, il 23 maggio, dopo un ritorno in Consiglio comunale a distanza di ben tre mesi, si era costretti a rinviare il tutto, approvando sul filo del rasoio lo strumento del bilancio che secondo alcuni ha costretto a turarsi il naso e tirare avanti sperando che i messaggi di sprone – emersi dalla lettura del documento, il 10 giugno, da parte di Andrea Bernardi ed a nome di altri quattro colleghi con cui questi ha formato un gruppo di dissidenti – venissero recepiti in maniera tale da intervenire sul timone prima che la nave si scontrasse con un iceberg.
E invece la nave è apparsa spaventata di fronte a quell’iceberg, quasi sapesse che non vi era alcun rimedio che evitasse l’impatto.
Sono seguiti momenti snervanti di stasi. Il sindaco procedeva dopo più di un mese a soddisfare la richiesta dei cinque dissidenti ed azzerava la giunta il 18 luglio ma…con decorrenza dal 1º agosto. Insomma, con effetto post-datato. Dopo un po’ il Sindaco rassegnava le proprie dimissioni e rimetteva in sella la giunta azzerata in precedenza. Quindi chiedeva ai partiti della maggioranza, visto che con i cinque non si addiveniva ad una soluzione, di rimediargli una nuova compagine che assicurasse il prosieguo dell’esperienza di governo cittadino. Ma dopo una parvenza di schiarita che comprendeva l’eventuale ingresso della lista di Insieme per Cambiare (con il consigliere Vincenzo De Peppo già accettato in maggioranza), scattava di nuovo l’emergenza e di maggioranza non se ne vedeva l’ombra. Intanto i cinque si attardavano in un tira e molla dal quale restava fuori solo Giuseppe Pica, invero il più coerente nel mantenere le proprie posizioni rispetto alla crisi: «Prima l’azzeramento, poi la dichiarazione di maggioranza ed infine la riapertura del tavolo politico-amministrativo».
Il Primo Cittadino, oggi sfiduciato, pensava allora ad una giunta di sua stretta nomina, un esecutivo di fiducia da egli stesso nominato. Una soluzione che ai partiti pare non fosse affatto gradita.
Morlacco ritirava le dimissioni e decideva di portare la discussione in Consiglio comunale. Qui avrebbe voluto mettere alla prova tutti e trarre le conclusioni, non prima, però, aver messo all’ordine del giorno una lista di argomenti importanti per la città, relegando all’ultimo punto il dibattito sulla crisi ancora in atto.
Il Consiglio veniva così convocato per il 6 ottobre scorso alle ore 16:00. Ma una telefonata minacciosa più o meno giunta all’ora di pranzo a casa Morlacco invitava quest’ultimo a dimettersi. Il Sindaco, di rientro dai lavori del Consiglio provinciale in quel di Foggia, non potè garantire la sua presenza in aula consiliare a Palazzo Mozzagrugno perché impegnato con gli organi inquirenti per fornire i dettagli dell’ennesimo atto increscioso subito. Ma invita, anche con insistenza, il presidente del Consiglio comunale ad andare comunque avanti anche senza di lui, pur di permettere la discussione e la eventuale approvazione dei punti inseriti all’ordine del giorno.
A quanto sembra questa volontà di Morlacco non sarebbe stato comunicata all’assise, cosicché veniva posta ai voti la decisione di rinviare di dieci giorni la seduta, mentre per la minoranza e per lo stesso Pica era quello il momento di dare un segnale di risposta a chi voleva ingabbiare le istituzioni con intimidazioni e minacce.
Consiglio rinviato al 16 di ottobre, con l’assessore Antonio Di Matto che si ostinava a dire, dando una sua personale interpretazione al significato della votazione circa il rinvio della seduta o meno, che «…la maggioranza, come emerso dal voto di oggi, c’è» e a parlare di impegno prossimo «…che il Sindaco sarà qui in aula ad approvare con noi tutti i punti all’ordine del giorno».
Giuseppe Pica l’aveva detto: «Di Matto si sbaglia, e di grosso».
E così è stato, perché ieri solo i punti sui Contratti di Quartiere II hanno trovato pieno appoggio al voto da parte di tutti i presenti (mancavano Antonietta D’Andola, Dario Rizzi, Giuseppe Cedola, Antonio De Pasquale).
Un capitolo a parte merita quel che è accaduto dopo. Un Luciano Russo che, così come aveva fatto con Il Frizzo affermando che «…io non ti rispondo perché sono convinto che non fai informazione ma provocazione», ieri perdeva ancora una volta il controllo del suo cervello, dimenticando quel che vuol dire essere istituzione (specie per chi fa dei valori dell'Italia un credo preciso) ed affermando, alla presenza di alcuni dei parcheggiatori che erano tra il pubblico, cose abbastanza delicate che rischiavano di far degenerare la situazione già tesa di per sé, quasi lasciando trasparire che non è con lui e con la sua sedicente maggioranza che avrebbero dovuto prendersela circa quanto stava accadendo. Eppure, come ha fatto notare Giuseppe De Sabato, «…il 6 ottobre poteva tenersi il Consiglio comunale in tutta tranquillità e discutere proprio di quegli stessi argomenti la cui responsabilità la si vorrebbe far cadere su altri che non siano loro. Perché non hanno voluto fare il Consiglio ed hanno rimandato di dieci giorni? Questa è strumentalizzazione vera e propria – ha detto con forza De Sabato – che sparge veleno assai pericoloso». Una pagina veramente triste che ha chiuso malamente l’esperienza di una amministrazione sempre più alla deriva.
Gli animi si sono surriscaldati quando si è giunti al punto relativo alla convenzione dell’ACI di Foggia. Lì la minoranza, insieme al gruppo dei dissidenti, ha abbandonato l’aula chiedendo la verifica del numero legale. Costretto a fare l’appello, il presidente Giuseppe Melillo ha dovuto prendere atto che non vi era maggioranza. In tredici (quattordici con Giuseppe Capobianco, aggiuntosi dopo che lo stesso aveva capito che comunque non cambiava nulla) non si poteva andare avanti. Seduta sciolta.
Qui è iniziata una disputa da una parte e dall’altra a considerare se si potesse aggiornare la seduta in seconda convocazione o se, invece, non si rendesse necessaria una convocazione ex novo. A mettere tutti d’accordo l’interpretazione data dal Sindaco al 1° comma dell’art. 16 del regolamento per il funzionamento del Consiglio comunale (nel Titolo IV – Riunioni del Consiglio) che recita: “È seduta di seconda convocazione quella che segue ad una precedente che non potè aver luogo per mancanza del numero legale, ovvero che, dichiarata regolarmente aperta, non potè proseguire per essere venuto a mancare il numero legale, ma non anche quella che segue ad una regolare seduta di prima convocazione che sia stata aggiornata ad altra data”. La seduta per il giorno dopo avrebbe potuto, quindi, aver luogo. E, sempre secondo quanto detta il regolamento apposito, sarebbero bastati 10 consiglieri più il Sindaco per deliberare.
Ma quella seduta non potrà aver luogo, invece, poiché la stessa sera, fino a far tardi, dieci consiglieri di minoranza (Costantino Dell’Osso, Giuseppe De Sabato, Mario Alfonso Follieri, Tommaso Iatesta, Antonio Pitocco, Giuseppe Cedola, Gianni Pitta, Piero Di Carlo, Francesco Petrucci – proprio ieri subentrato a Pasquale Dotoli, dimissionario – e Sergio De Cesare), i cinque dissidenti (Giuseppe Pica, Andrea Bernardi, Vincenzo Iannantuoni, Antonio De Pasquale e Umberto Silvestre) ed il sedicesimo (tassello mancante ogni volta che si tentava di percorrere la strada della raccolta delle firme) che va sotto il nome di Giuseppe Capobianco, hanno vergato il documento di sfiducia al sindaco Morlacco.
Va detto che, pur potendo deliberare in caso di seconda convocazione con undici voti utili, restava il problema politico. Il Sindaco aveva, come già detto, mostrato la volontà di misurare se vi fosse o meno la maggioranza nella seduta consiliare. Forse sarebbe stato meglio se, accertato ormai che quella maggioranza non ce l’aveva affatto, avesse rassegnato definitivamente le dimissioni tanto da fargli dire: sono io che me ne vado. Però…
Già: però?
Però non è andata così.
Ed è sempre doloroso prendere atto di una sfiducia nei propri confronti. Proprio ieri sera lo stesso Morlacco, messo al corrente della decisione maturata, non avrebbe nascosto il proprio rammarico ai consiglieri che gli hanno reso visita.
Ora ci attendono mesi di commissariamento e di sacrifici (il periodo non è certo dei migliori) e sapremo, dall’esito finale di questa lunga radiografia, se le lastre ci mostreranno un responso tale da permettere alla città di tornare al voto senza commettere più errori. Oppure sapremo se sono veramente fondate quelle voci che vorrebbero il Comune di Lucera ormai prossimo al dissesto finanziario.

Roberto Notarangelo

fonte: www.ilfrizzo.it

10月17日

Lanciamo un'OPA su Mediaset!

Lo psiconano ha lanciato l’allarme per le aziende a rischio OPA:
L’Offerta Pubblica di Acquisto, o OPA, è un’offerta finalizzata all'acquisto di prodotti finanziari.
Se l’azione di una società vale poco o nulla, lanciare un’OPA è conveniente, si offre una cifra superiore alla quotazione e si rastrellano le azioni sul mercato fino a raggiungere la maggioranza.
L’azionista che preferisce l’uovo oggi alla (possibile) gallina domani può vendere le sue azioni (di solito lo fa) a chi ha lanciato l’OPA e incassare molto di più di quanto valgono.
Per fare un esempio a caso, la Mediaset dello psiconano è a rischio OPA. Ieri il suo valore in Borsa era di 3,990 euro per azione. Il 41,11% in meno da inizio 2008.
Da inizio 2007 Mediaset è scesa da 9,501 euro a 3,990. Se un anno fa per comprarla bisognava pagare 100, oggi costa circa 40. Un affarone.
Un’OPA su Mediaset porterebbe numerosi vantaggi. La Presidenza del Consiglio e in futuro quella della Repubblica. Togliersi dalle balle Emilio Fede e Paolo Liguori e Clemente Mimun. Guadagnare un patrimonio grazie alla pubblicità incassata da Publitalia. Veline senza limiti.
E non solo. Ci sarebbe vera informazione. Travaglio direttore del telegiornale. Saviano inviato speciale (e non emigrato all’estero). Dario Fo responsabile della cultura.
Quanto costa liberarci dalla camicia di forza di Testa d’Asfalto? Poco, bisogna solo trovare chi ci mette i soldi.
Ci sono tutti i presupposti per lanciare un’OPA. Ho bisogno di un partner industriale. La BBC per esempio. Io sono a disposizione per la comunicazione dell’asta pubblica. A una condizione: condividere e rendere pubblici palinsesto e conduttori prima dell’OPA.
Aspetto una telefonata, un fax, una mail. Astenersi perditempo.
 
10月10日

Il premier promoter

Un presidente del Consiglio che invita i risparmiatori a non cedere al panico dinanzi ai precipizi dei listini di Borsa è un'autorità politica che fa il suo mestiere. Ma un presidente del Consiglio, che indossa i panni del promoter finanziario e insiste nell'indicare ai cittadini quali specifiche azioni devono comprare in Borsa, è uno spettacolo indecoroso e allarmante.

Già l'altro giorno a Palazzo Chigi Silvio Berlusconi aveva fatto un brutto scivolone in materia vantando la solidità patrimoniale e reddituale di imprese quali l'Enel e l'Eni, oltre che la sua Mediaset. Invece di rimediare all'errore con il pudore del silenzio, oggi a Napoli è tornato sull'argomento, rilanciando l'esortazione a comprare i titoli dei due grandi gruppi che, fra l'altro, sono tuttora a prevalente controllo statale. Ci si può forse consolare col fatto che, almeno stavolta, egli abbia evitato di tirare in ballo anche l'impresa di famiglia, ma non è che questo minimo e tardivo soprassalto di decenza possa ridimensionare una sortita che degrada il capo dell'esecutivo al livello di un qualunque broker finanziario, per giunta in macroscopico conflitto d'interesse rispetto a tutti coloro che operano sul mercato azionario.

Chi guida il governo di una democrazia, che vive in regime di economia di mercato, non può e non deve manifestare preferenze fra i soggetti in libera competizione sui listini di Borsa. Altrimenti rischia di dare ragione proprio alle critiche più dure di quei suoi antagonisti politici che lo accusano di voler trascinare l'Italia su un piano inclinato il cui sbocco finale è un sistema di potere assai simile a quello della Russia di Putin, dove l'intreccio tra affari e politica si va sempre più consolidando a spese dello Stato di diritto e della normale dialettica democratica.
Né serve che Berlusconi cerchi di attenuare la gravità dei suoi sfondoni asserendo di voler così arginare il pericolo di una diffusione del panico finanziario fra i cittadini. Anzi, se vi sono comportamenti che possono spingere gli italiani a perdere il controllo dei propri nervi e a giudicare la situazione anche più grave di quanto lo sia veramente, questi consistono proprio nello spettacolo inquietante di un presidente del Consiglio che, lui per primo, si lascia vincere da un'incontinenza verbale tale da portarlo a dire cose che mai dovrebbero uscire dalla bocca di un premier.

Se è questi a perdere per primo il senso delle proporzioni, infatti, che cosa mai devono pensare gli italiani di quanto sta accadendo sui mercati?
Anche perché sempre oggi, non pago di aver rotto gli argini con la sortita su Eni ed Enel, l'incontenibile Berlusconi ne ha fatta un'altra, per certi versi peggiore, facendo balenare la minaccia che una chiusura generalizzata dei mercati potrebbe essere fra le ipotesi su cui si deciderà nell'imminente nuovo vertice di Parigi. Certo, finita poi la conferenza stampa, il Cavaliere è corso ai ripari - probabilmente perché qualcuno gli deve aver spiegato la gravità di una simile sortita anche sul piano dei rapporti con gli altri paesi - smentendo se stesso, come gli capita sempre più sovente di fare. Ma, intanto, anche in questo caso la frittata è fatta e si può facilmente immaginare con quali facce i partner europei lo accoglieranno al summit parigino.
 
10月3日

Mai dire mai...

"Mai insultato Veltroni, io ricevo da sempre insulti, ma io non ne ho mai fatti. Io ho un grande rispetto per gli altri, se poi i giornali si inventano cose non è colpa mia. Insultando il presidente del Consiglio dandogli dell'imbroglione si insulta un'istituzione dello Stato" (Silvio Berlusconi, 2 ottobre 2008).

"I Ds sono i mandanti delle toghe rosse. Noi non attacchiamo la magistratura, ma pochi giudici che si sono fatti braccio armato della sinistra per spianare a questa la conquista del potere. Questa sinistra continua a sostenere questa parte della magistratura e le dichiarazioni di D'Alema, Veltroni, Folena, Angius e Mussi hanno dimostrato che c'è una collusione diretta e precisa. Sono loro i mandanti? Credo che sia un'evidenza solare. Chi sono i beneficiari dell'azione politica delle toghe rosse? Noi vediamo che le dichiarazioni di Veltroni, Angius e Mussi costituiscono un vero manuale pratico della scuola comunista, quella di far fuori con tutti i mezzi l'avversario politico: con la mistificazione, la demonizzazione e la criminalizzazione" (Silvio Berlusconi, Corriere della Sera, 1° dicembre 1999).

"Chi salverei tra Bertinotti, D'Alema, Veltroni e Prodi? Butterei giù la torre e mi candiderei al Nobel per la pace: sarebbe garantito" (Silvio Berlusconi, 28 ottobre 1995).

"Vediamo che le dichiarazioni di Veltroni, Angius e Mussi... costituiscono un vero manuale pratico della scuola comunista: quella di far fuori con tutti i mezzi l'avversario politico, con la mistificazione, la demonizzazione e la criminalizzazione" (Silvio Berlusconi a "Radio anch'io", 30 novembre 1999).

"La loro cultura è quella di sempre. Una cultura comunista, marxista, statalista, dirigista. Pensate che nella stanza di Veltroni campeggia ancora il ritratto di Togliatti. Ah no, quello di Berlinguer? Va be', è la stessa cosa, metodi e cultura sono quelli di sempre. A forza di dire bugie, finiscono per crederci, come Tartarin di Tarascona" (Silvio Berlusconi, 5 maggio 1995).

"Veltroni è un coglione" (Silvio Berlusconi, 3 settembre 1995).

"Veltroni è un miserabile" (Silvio Berlusconi, 4 aprile 2000).

"Veltroni è una maschera di Stalin" (Silvio Berlusconi, 30 marzo 2008).
 
Marco Travaglio